Filler

Cosa sono

Capostipite dei filler riassorbibili, l’acido ialuronico è una sostanza largamente utilizzata nell’ambito della medicina estetica, soprattutto per:

  • Correggere inestetismi della pelle tipici dell’invecchiamento cutaneo, come rughe e piccole depressioni.
  • Conferire turgore e pienezza a labbra sottili e zigomi cadenti.
I fillers all’acido ialuronico vengono iniettati sottopelle attraverso apposite siringhe dotate di aghi supersottili: le iniezioni di acido ialuronico vengono normalmente eseguite in regime ambulatoriale, e il fastidio percepito durante il trattamento è piuttosto sopportabile.
La vasta disponibilità sul mercato di filler formulati con acido ialuronico a concentrazioni differenti ha permesso di intervenire su svariati fronti e soddisfare molteplici richieste estetiche, spaziando dalla correzione delle piccole rughe d’espressione all’aumento volumetrico di labbra e seno.

 

Acido ialuronico

Cos’è l’acido ialuronico?

L’acido ialuronico è un componente della cosiddetta sostanza fondamentale del derma: si tratta di un glicosaminoglicano, ovvero una molecola formata da lunghe catene non ramificate di unità disaccaridiche (alternanza di acido glucuronico ed N-acetilglucosamina). Legandosi a moltissime molecole d’acqua, l’acido ialuronico conferisce idratazione, elasticità e morbidezza ai tessuti, proteggendoli nel contempo da sollecitazioni eccessive.
La concentrazione di acido ialuronico nel tessuto connettivo della pelle si riduce gradualmente man mano che l’età avanza: per questa ragione, una pelle matura appare meno elastica e meno idratata rispetto alle pelli giovani. Pur essendo un fenomeno del tutto fisiologico e naturale, molte donne desiderano contrastare l’inesorabile avanzamento dell’età, dunque prevenire rughe ed altri inestetismi della pelle. L’obiettivo è risultare (almeno in apparenza) molto più giovani e nulla meglio del filler all’acido ialuronico sembra poter soddisfare questo desiderio.

Il filler all’acido ialuronico trova indicazione nelle seguenti circostanze:

  • Plasmare rughe d’espressione, zampe di gallina, rughe glabellari (che originano nella fronte, precisamente nella porzione immediatamente sovrastante il naso)
  • Colmare piccole lesioni cicatriziali (es. cicatrici lasciate dall’acne)
  • Inturgidire labbra sottili e prive di volume
  • Volumizzare zigomi cadenti (in tal caso, il filler dev’essere preparato con una concentrazione più elevata di acido ialuronico)
  • Rimodellamento del profilo del volto
  • Correzione di esiti cicatriziali post-traumatici/chirurgici

Iniezione del Filler all’Acido Ialuronico

L’iniezione di filler all’acido ialuronico è un trattamento non invasivo relativamente semplice da eseguire, ma che deve essere effettuato solo da personale medico specializzato in quest’ambito.
Naturalmente, prima di eseguire l’iniezione, è necessario effettuare una visita preliminare con lo specialista, al fine di escludere la presenza di eventuali controindicazioni a questo tipo di trattamento.
A differenza delle iniezioni di collagene, i fillers all’acido ialuronico non generano, normalmente, reazioni allergiche: per questa ragione, non è necessario sottoporsi al test intradermico preliminare per valutare un’eventuale allergia.
Vista la scarsa invasività dell’operazione, il trattamento con filler all’acido ialuronico viene normalmente eseguito in regime di day hospital e non richiede anestesia. Tuttavia, le iniezioni di acido ialuronico non sono completamente indolori. Infatti, la maggior parte dei pazienti che ricorre a filler all’acido ialuronico accusa una spiacevole sensazione di bruciore e fastidio durante e dopo il trattamento. Per ovviare a questo inconveniente, molti medici specializzati in medicina estetica preferiscono iniettare l’acido ialuronico solo dopo aver anestetizzato la parte da trattare (in genere, la lidocaina è il principio attivo più utilizzato a tale scopo).
Subito dopo il trattamento, l’area del volto (o del corpo) trattata può manifestare effetti secondari come arrossamento e gonfiore, cui può associarsi la comparsa di piccoli ematomi. Tuttavia, tali effetti dovrebbero autorisolversi nel giro di qualche giorno.
Tutte le normali attività quotidiane possono essere riprese fin da subito e non è necessario alcun periodo di convalescenza.

 

Risultati

I risultati ottenibili con i filler all’acido ialuronico sono molto buoni e riscuotono sempre un buon livello di soddisfazione nei pazienti.
Questi filler, infatti, permettono di ottenere un effetto ringiovanito e rimpolpato del tutto naturale che non conferisce artificialità all’area del volto o del corpo nel quale vengono iniettati (effetto soft-lifting). Inoltre, i risultati sono visibili fin da subito e ciò aumenta ulteriormente la soddisfazione dei pazienti.
Tuttavia, pur essendo pressoché immediati, gli effetti di ringiovanimento estetico della pelle regalati dal filler all’acido ialuronico non sono permanenti; tant’è che dopo un periodo di tempo relativamente breve (variabile da 4 mesi a 2 anni, in funzione del tipo di filler utilizzato), le rughe iniziano nuovamente a comparire, e le labbra (gli zigomi o le altre parti del volto e del corpo trattate) perdono progressivamente il loro volume. Ciò avviene perché l’organismo è in grado di metabolizzare l’acido ialuronico iniettato (da qui il nome di “filler riassorbibile”).
Il graduale riassorbimento del filler da parte della pelle rende, pertanto, necessaria la periodica ripetizione delle iniezioni di acido ialuronico dopo la scomparsa dell’effetto.
Ad ogni modo, è doveroso ricordare gli effetti e i risultati ottenuti con le iniezioni di filler all’acido ialuronico – per quanto sempre buoni – possono essere diversi da individuo a individuo. Difatti, essi dipendono da:

  • Tipo di pelle.
  • Concentrazione di acido ialuronico.
  • Tipologia di filler iniettato.
  • Zona da trattare.

Inoltre, la durata dell’effetto promosso dalle iniezioni di filler all’acido ialuronico è pesantemente influenzata da fattori come stress, tabagismo, alimentazione, abitudini di vita, sedentarietà ed esposizione ai raggi UV naturali/artificiali.

 

Effetti Collaterali

Nel corso degli anni, l’acido ialuronico si è conquistato il titolo di leader tra tutti gli agenti dermici di riempimento (fillers). Difatti, l’effetto anti-aging promosso dalle iniezioni di questa sostanza è sorprendente: volumizza, ammorbidisce, idrata e – soprattutto – ringiovanisce la pelle invecchiata da stress, fumo, raggi UV ed età. Nonostante questi aspetti postivi, il filler all’acido ialuronico non è privo effetti collaterali.
Infatti, immediatamente dopo l’iniezione, la pelle tende a reagire dando origine ad ematomi, ecchimosi, edemi, intorpidimento e lividi che, anche se piuttosto fugaci e generalmente lievi, possono causare disagio estetico non trascurabile.
Inoltre, in alcune circostanze, sono stati riportati alcuni rari casi di gravi traumatismi post-iniezione. Tra questi, ricordiamo:

  • Rossore persistente;
  • Edema intermittente;
  • Noduli;
  • Prurito;
  • Formazione di ascessi.

Controindicazioni

Sebbene gli effetti collaterali gravi derivati dalle iniezioni di acido ialuronico siano poco frequenti, si sconsiglia vivamente di somministrare il filler durante la gravidanza e l’allattamento. Inoltre, il filler all’acido ialuronico è controindicato in presenza di malattie della pelle, infezione da Herpes in corso, patologie autoimmuni della cute e collagenopatie.

 

Risultati immagini per filler labbra

DISORDINI CRANIO CERVICO MANDIBOLARI (DISORDINI TEMPORO MANDIBOLARI O TMD)- GNATOLOGIA NEUROMUSCOLARE

I Disordini Cranio Cervico Mandibolari DCCM o disordini temporo mandibolari TMD nella definizione internazionale costituiscono un insieme di condizioni dolorose e/o disfunzionali di natura infiammatoria o degenerativa che interessano le articolazioni temporomandibolari (ATM), la muscolatura mandibolare e le strutture che con esse contraggono rapporti anatomo-funzionali. L’origine dei disordini temporo mandibolari è multifattoriale, per sovrapposizione di malocclusione dentale, fenomeni biologici e psicologici, traumi, stili di vita predisponenti. La dislocazione mandibolare operata dai muscoli per adattare il combaciamento dei denti influenza seriamente la deglutizione e la respirazione e più direttamente la posizione dei capi articolari temporo mandibolari. L’aumentata richiesta funzionale che deriva da questi adattamenti è poi causa successiva di sofferenza neuromuscolare dei muscoli masticatori e cervicali con meccaniso tipico della sindrome miofasciale. 

 La gnatologia ha indentificato due diversi modelli patogenetici, apparentemente contrapposti, per spiegare l’origine dei disturbi temporo mandibolari DCCM o TMD, uno di natura parafunzionale, strettamente legato a fenomeni psicologici e a stress, l’altro disfunzionale biomeccanico dovuto alla malocclusione dentale che altera la postura mandibolare e le articolazioni temporo mandibolari. Il solo modello gnatologico psicosociale non permette di spiegare da solo perchè i bite dentali funzionino oltre il solo effetto placebo, la letteratura è sostanzialmente concorde all’utilizzo di questi dispositivi. Al contrario il modello gnatologico biomeccanico generato dall’occlusione dentale non riesce a spiegare perchè segni e sintomi DCCM siano presenti in persone con apparato masticatorio perfettamente integro ed equilibrato. In gnatologia i due modelli vengono spesso presentati come antagonisti ma si integrano ed esaltano in un circolo vizioso patogenetico diverso tra i pazienti, rendendo difficile se non impossibile l’identificazione di una causa unica.

I segni e sintomi gnatologici più frequenti sono dolore mandibolare e cervicale, cefalea, movimenti mandibolari alterati e limitati, rumori articolari temporo mandibolari. La comparsa dei sintomi gnatologici è acuta, con intensità moderata che spesso evolve positivamente anche in modo spontaneo; talvolta invece, si sviluppa una condizione cronica, con dolore persistente e sintomi fisici, comportamentali e psicologici.

L’approccio clinico gnatologico raccomandato nelle Linee Guida emanate dal Ministero della Salute (Quaderno della Salute n.7 Gen-Feb 2011) e nelle Raccomandazioni Cliniche in Odontostomatologia – (Aggiornamento settembre 2017) è centrato sull’anamnesi e sull’esame clinico: “…Oltre a un accurato esame obiettivo del cavo orale, con particolare attenzione agli aspetti dentali ed occlusali, importante è la verifica della mobilità mandibolare con l’osservazione del tragitto di apertura e chiusura e la misurazione della capacità di apertura/lateralità. Vanno, inoltre, rilevati eventuali rumori, sempre durante i movimenti mandibolari, importanti per le diagnosi che riguardano il disco articolare o aspetti degenerativi. Infine, si richiede un’attenta palpazione ed osservazione della morfologia dei muscoli masticatori…” inoltre: “E’ comunque opportuno sottolineare che i principi gnatologici devono essere applicati trasversalmente da tutte le discipline odontoiatriche che si occupano della modifica e della ricostruzione dell’articolato dentario (ortodonzia, protesi, conservativa)…”

Gli approfondimenti diagnostici gnatologici devono essere prescritti a giudizio del clinico e sono da effettuarsi solo nel caso in cui l’esito degli stessi possa comportare modifiche nell’approccio terapeutico gnatologico.

Nella maggior parte dei casi i disordini temporomandibolari sono trattati con un approccio gnatologico conservativo. Solo per le alterazioni strutturali non reversibili e danni alle ATM che non rispondono alle terapie conservative possono essere valutate terapie invasive/chirurgiche.

La gnatologia ha identificato anche forme di cronicizzazione del dolore in cui il soggetto può subire una disregolazione centrale che alimenta la persistenza di sintomi periferici attravero un meccanismo di arausal, pericolo e allarme attraverso il rilascio di neurotrasmettitori di tipo eccitatorio, che coinvolgono altri sistemi (immunitario, infiammatorio, vegetativo, psicologico). La contemporanea presenza di segni e sintomi multisistema o riduce notevolmente la possibilità di remissione della malattia.

I Disordini Temporo Mandibolari sono significativo problema sociale che colpisce circa il 5-12% della popolazione mondiale costituendo il secondo problema muscolo-scheletrico più frequente dopo il mal di schiena. l sintomi gnatologici sono più frequenti nelle donne (rapporto 4:1) con esordio prevalente tra i 20-40 anni. Nella maggioranza dei casi la comparsa dei sintomi è spontanea per perdita delle naturali capacità di adattamento o per il sopraggiungere di uno degli altri fattori cuasali, ma è frequente anche dopo traumi come da colpo di frusta o in conseguenza di manovre odontoiatriche che alterino la naturale occlusione dentale. 

I disordini temporomandibolari sono più frequenti negli adulti, tuttavia alcuni segni e sintomi sono rilevabili anche nei bambini (16-68%) e negli adolescenti. Le dislocazioni discali ed il dolore facciale appaiono i disordini più frequenti negli adolescenti. Un’associazione è stata trovata tra le abitudini viziate, quali ad esempio il mordicchiare
ripetutamente unghie e/o oggetti, e segni e sintomi di TMD. L’approccio ai TMD negli adolescenti non è dissimile a quello degli adulti.

Non è corretto pensare che la diagnosi gnatologica sia delegata ad uno strumento, la diagnosi gnatologica è sempre clinica da eseguire da un dentista gnatologo, il quale però dovendo rispondere in modo obiettivo sul procedimento diagnostico e terapeutico avrà bisogno di dati oggettivi da anlizzare.

Nessun strumento è costruito per misurare l’intensità dei sintomi ma per verificare e confrontare paramentri di funzione dell’apparato che indichino il buon effetto delle terapie gnatologiche utilizzate. Kinesiografiaelettromiografiasono esami di approfondimento in gnatologia che misurano il bilanciamento muscolare, i movimenti della mandibola e i rumori articolari temporo mandibolari in modo obiettivo; sono indicati per determinare il grado di coinvolgimento dell’occlusione dentale nel quadro clinico e indispensabili se si vuole documentare gli effetti terapeutici generati dalla terapia occlusale o della fisioterapia/osteopatia. 

Ascesso dentale: punti chiave

L’ascesso dentale è un accumulo di batteri, globuli bianchi, plasma e detriti cellulari (pus) confinato nei tessuti che circondano il dente (gengiva, osso mandibolare o polpa del dente).

Classificazione principale

  • Ascesso dentale parodontale: causato da un’infezione a carico dell’apparato di sostegno del dente (gengiva, osso alveolare e legamenti)
  • Ascesso dentale periapicale: dovuto ad un’infezione della polpa dentale

Cause
L’ascesso dentale è l’immediata conseguenza di carie complicate o lesioni gravi, che causano infezione purulenta (ricca di pus) di denti o gengive. Tra i fattori di rischio, ricordiamo: interventi malriusciti sui denti, cattiva igiene orale, diabete, malattie da reflusso gastroesofageo, AIDS, secchezza della fauci, fumo, alcolismo, terapia a lungo termine con corticosteroidi.

Sintomi
Otre al sintomo principale dell’ascesso dentale (feroce ed implacabile mal di denti), il paziente accusa spesso gengive gonfie, alitosi, ipersensibilità dentinale, febbre ed ingrossamento dei linfonodi del collo.

Tipi di Ascesso Alimentare

Diagnosi
La diagnosi di ascesso dentale è piuttosto semplice: si avvale dell’esame anamnestico (raccolta dei sintomi riportati dal paziente) e di quello fisico (il medico tocca il dente per testare l’entità del dolore), supportati dall’aspirazione ed analisi di un campione di pus e dalla radiografia del dente per valutare il danno. La diagnosi di ascesso dentale è piuttosto agevole, essendo spesso sufficiente una semplice anamnesi (raccolta dei sintomi riferiti dal paziente). Il soggetto colpito da ascesso dentale accusa un mal di denti inarrestabile, pulsante ed acuto, tale da ostacolare la masticazione o – peggio ancora – le normali attività quotidiane ed il riposo notturno. Oltre al dolore, l’ascesso dentale si manifesta con gengive arrossate, ingrossamento dei linfonodi del collo, alitosi, ipersensibilità dentinale al caldo ed al freddo, e febbre. Prima che i sintomi degenerino – causando dunque fistole, granulomi, cisti, cellulite batterica e sepsi – è necessario intervenire quanto prima con una terapia antibiotica d’urto, l’unica soluzione pensabile e veramente efficace per debellare l’infezione alla radice. Ricordiamo brevemente che l’ascesso dentale è frutto di infezioni batteriche, a loro volta favorite da processi cariogeni profondi, pulpite complicata, denti scheggiati/rotti o piorrea avanzata.
La prognosi è eccellente quando l’ascesso dentale viene arrestato non appena si manifestano i primi sintomi; diversamente, in caso di mancato intervento, l’ascesso dentale può causare effetti devastanti, fino alla morte nei casi estremi.

Terapie e trattamenti

La terapia per l’ascesso dentale ha lo scopo di:

  1. Uccidere i patogeni coinvolti nell’infezione → antibiotici
  2. Allontanare il dolore e tutti gli altri sintomi → sussidi terapeutici
  3. Salvare il dente da un’ipotetica estrazione → intervento immediato

Trattandosi di un’infezione, una mirata cura antibiotica si rivela la terapia più appropriata per debellare efficacemente l’ascesso dentale. Spesse volte, tuttavia, accanto alla cura antibiotica è necessario incidere l’ascesso dentale per drenare il suo contenuto. Il dentista, con l’ausilio di strumenti sterili, procede dapprima anestetizzando la zona da trattare; successivamente, il medico pratica una piccola incisione nell’ascesso, per rimuovere il materiale purulento accumulatosi.
Per combattere l’inevitabile dolore che accompagna l’ascesso dentale, il medico prescrive al paziente farmaci anestetici-antidolorifici (es. ibuprofene, naprossene, acido acetilsalicilico). In presenza di febbre alta, il farmaco più indicato è il paracetamolo.
La soluzione più efficace per un ASCESSO PERIAPICALE (pulpite irreversibile) è la devitalizzazione del dente, che scongiura un’eventuale estrazione. Questo intervento consiste nella rimozione della polpa dentale danneggiata, e nella sua successiva otturazione con amalgame speciali o materiali biocompatibili. Successivamente, il dente dev’essere ricostruito: si possono impiantare dei perni in metallo e carbonio (per sostenere la ricostruzione) e, da ultimo, è possibile ricoprire il dente con una capsula.
Qualora l’intervento di devitalizzazione non fosse stato eseguito correttamente, l’ascesso dentale potrebbe creare un danno maggiore. In simili circostanze, è necessario procedere con un’estrazione chirurgica del dente malato.
Un ASCESSO PARODONTALE necessita generalmente di terapie meno invasive rispetto al caso precedente. La detartarsai (intervento che prevede la rimozione professionale di tartaro e placca), supportata da una terapia antibiotica ed antidolorifica, è talvolta sufficiente per curare l’ascesso dentale. Altre volte, dopo aver accuratamente pulito la tasca gengivale in cui si è formato l’ascesso, è necessario rimodellare il tessuto gengivale per minimizzare il rischio di infezioni recidivanti.

Prognosi

La prognosi di un ascesso dentale è eccellente quando l’infezione viene accuratamente trattata durante il primo stadio (primissimi sintomi) mediante drenaggio e terapia antibiotica.
Diversamente, quando non viene curato, l’ascesso dentale può causare complicanze molto gravi, come fistole, cisti, granulomi, caduta del dente, osteomielite, infezione del pavimento della bocca e setticemia (sepsi). Nei pazienti diabetici, oncologici e gravemente immunocompromessi, un ascesso dentale non curato può dare prognosi infausta (morte del paziente).

Prevenzione

L’accurata igiene orale quotidiana, accompagnata dalla detartrasi professionale ogni 6-12 mesi, previene carie e malattie del cavo orale in genere, inclusi gli ascessi dentali.

Ascesso dentale Risultati immagini per prevenzione orale

SBIANCAMENTO DENTALE: AUMENTANO LE RICHIESTE DEI PAZIENTI – PERCHE’ EVITARE I RIMEDI FAI DA TE

 

Circolano tanti timori sullo sbiancamento professionale che rendono i pazienti diffidenti su questa procedura…  La domanda che ci viene fatta nel 90% dei casi è:

“ma non danneggia i denti?”

LA RISPOSTA E’ NO!

Per sbiancare i denti si utilizza acqua ossigenata ad alti volumi, che può essere usata in forma di gel puro o rilasciata a contatto con la saliva sotto forma di perossido di carbammide. In ogni caso non si tratta di acidi che erodono i denti, ma solo di sostanze che, con un’azione ossidativa, agiscono sulle sostanze che determinano la presenza di discromie nei denti. Gli sbiancanti professionali contengono anche fluoro, che agisce come desensibilizzante e remineralizzante per lo smalto, oltre a prevenire lo sviluppo delle carie.

La convinzione che lo sbiancamento danneggi i denti probabilmente è legata al fatto che alcuni pazienti sviluppano una sensibilità forte al freddo o spontanea nel corso del trattamento sbiancante, ma questa stessa sensibilità è completamente reversibile in poco tempo.

Il consiglio principe è: non usare i rimedi della nonna o fai da te! Alcune persone lavano i denti con il bicarbonato, passano la buccia del limone sui denti e chi più ne ha più ne metta! Tutti questi sistemi ottengono risultati, ma lo fanno danneggiando la struttura dei denti attraverso un meccanismo di abrasione chimica o meccanica!

Certo, quando si rimuove lo strato superficiale del dente o lo si erode a seguito del contatto con sostanze acide, si ottiene sicuramente uno sbiancamento iniziale… ma che farai quando lo smalto che desideravi avere bianco lo avrai consumato completamente?

L’immagine qui sotto mostra uno smalto altamente eroso, dovuto all’utilizzo di dentifrici abrasivi (i cosiddetti dentifrici sbiancanti) ed altri rimedi improvvisati non riconosciuti dall’odontoiatria moderna.

Estogeny & nekarioznye porazenia zubob. Monografia.

Esistono poi soluzioni domiciliari facilmente reperibili nelle comuni farmacie, tuttavia anche questi sistemi possono arrecare danno, non tanto alla struttura dentale, quanto alle gengive! Avete mai fatto caso come, durante una seduta di sbiancamento, il dentista isoli accuratamente le gengive per evitarne il contatto con il prodotto sbiancante? Non è certo un caso… quindi ancora una volta: evitate il fai da te!

Per andare sul sicuro, chiedi consiglio ad un professionista. Saprà indicarti la soluzione più idonea al tuo caso. Che sia una seduta dal dentista o uno sbiancamento domiciliare, il prodotto deve essere sempre calibrato e realizzato su misura, onde evitare i già menzionati effetti collaterali (erosioni, danni alle gengive).

Cause principali dell’ingiallimento dei denti sono fumo e alimentazione, soprattutto l’assunzione frequente di caffè, tè, vino rosso, succhi di frutta scuri e frutti di bosco (mirtilli e more, ma non le fragole), bevande gassate, aceto balsamico e pomodoro. Anche alcuni antibiotici, come le tetracicline, se usati in gravidanza e nei primi anni di vita possono macchiare i denti.

Oggi la percezione del bianco, come accade già da tempo oltreoceano, è oltre il colore medio naturale dei denti: i sorrisi desiderabili sono spesso di un candore abbagliante, non presente in natura. Sono perciò richieste le più moderne tecniche di sbiancamento per tentare di raggiungere livelli degni delle star di Hollywood, senza danneggiare la struttura dello smalto.

L’effetto dello sbiancamento è duraturo, anche se non permanente. Secondo le abitudini alimentari e di igiene dentale, si consiglia un richiamo ogni 1-2 anni per mantenere il punto di bianco raggiunto.

sbiancamento-denti

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IL LASER A DIODI IN ODONTOIATRIA

L’utilizzo del laser in odontoiatria rappresenta una significativa alternativa all’uso del bisturi e alla chirurgia tradizionale, ciò significa curare i pazienti con tecnologie meno invasive e meno dolorose.
Ecco alcuni vantaggi:
-il laser raggiunge microrganismi nascosti nelle aree in cui i farmaci non riecono ad arrivare,
-il laser viene utilizzato per disinfettare le tasche parodontali penetrando in profondità, eliminando i batteri che causano la malattia parodontale,ha infatti un effetto battericida.
-l’utilizzo del laser non prevede quasi mai l’uso di anestesia per il paziente,
-rigenera i tessuti parodontali,
-si utilizza per l’escissione di neoformazioni di tessuti molli (lipomi,fibromi,mucoceli) senza utilizzo di suture,
-frenulectomia nei bambini senza dolore nè anestesia,
-effetto biostimolante e antiedematoso, capacità di indurre nei tessuti irradiati una duplicazione cellulare piu’ rapida senza alterazioni di tipo strutturale e funzionale.

LASER

 

IL LASER A DIODI IN ODONTOIATRIA

L’utilizzo del laser in odontoiatria rappresenta una significativa alternativa all’uso del bisturi e alla chirurgia tradizionale, cio’ significa curare i pazienti con tecnologie meno invasive e meno dolorose.
Ecco alcuni vantaggi:
-il laser raggiunge microrganismi nascosti nelle aree in cui i farmaci non riecono ad arrivare,
-il laser viene utilizzato per disinfettare le tasche parodontali penetrando in profondità, eliminando i batteri che causano la malattia parodontale,ha infatti un effetto battericida.
-l’utilizzo del laser non prevede quasi mai l’uso di anestesia per il paziente,
-rigenera i tessuti parodontali,
-si utilizza per l’escissione di neoformazioni di tessuti molli (lipomi,fibromi,mucoceli) senza utilizzo di suture,
-frenulectomia nei bambini senza dolore nè anestesia,
-effetto biostimolante e antiedematoso, capacità di indurre nei tessuti irradiati una duplicazione cellulare piu’ rapida senza alterazioni di tipo strutturale e funzionale,

PERCHE’ SI DICE “ACQUA IN BOCCA?”

Il modo di dire “acqua in bocca” sembra legato alla storia di una donna devota che aveva la lingua lunga e maligna.

La donna per porre rimedio al suo difetto e per evitare di ricorrere nel peccato, chiese aiuto al parroco del paese. Il parroco inizialmente non sapeva davvero cosa fare e a quale rimedio appellarsi, finchè non gli venne in mente un’idea che gli parve geniale.

Diede alla donna una boccetta contente acqua e le disse di tenerne in bocca un pò ogni qual volta sentisse la necessità di sparlare. Alla donna non parve subito un’ottimo rimedio, ma fidandosi del parroco così fece e, non riuscendo a parlare con la bocca piena d’acqua, ottenne dei meravigliosi risultati, e da quel giorno pose rimedio al suo difetto.

UNA MELA AL GIORNO TOGLIE IL MEDICO DI TORNO?

Lo sapevate che l’Alzheimer e la salute della nostra bocca sono strettamente collegate tra loro?
Proprio così, da una ricerca svedese risulta infatti, esserci una stretta correlazione tra una capacità masticatoria efficiente e la malattia neurodegenerativa (demenza).
Questa ricerca basata su un gruppo di oltre 500 persone con più di 77 anni, ha collegato la difficoltà a mangiare cibi duri come ad esempio le mele, ad un rischio maggiore di demenza e di disturbi cognitivi.
Quando invecchiamo le nostre funzioni cognitive e la stessa memoria tendono a peggiorare. Sono vari i fattori che spiegano questo deterioramento, uno di questi è la difficoltà a masticare per scarsità o assenza di denti, con conseguente riduzione del flusso di sangue al cervello.
Non risulta rilevante invece se la masticazione avviene con denti sani o con dentiere parziali o totali; purché avvenga in modo corretto.
Una forte associazione risulta anche tra la perdita di denti prima dei 35 anni di età e l’Alzheimer. Uno studio ha rilevato una maggiore probabilità di sviluppare disturbi cognitivi, in altre parole la perdita di denti potrebbe accelerare la neurodegenerazione.
Altre ricerche invece collegano la patologia parodontale (infezione del parodonto, cioè dei tessuti di sostegno del dente: osso , gengive e legamento dente-gengiva) alle patologie neurodegenerative, in quanto i batteri del cavo orale potrebbero entrare nel circolo sanguineo e arrivare al cervello danneggiandolo.

Unica soluzione?
Cercare di abbassare i rischi,almeno dove possiamo intervenire, per il bene non solo della nostra bocca ma anche del nostro cervello.

ANTIBIOTICI E SOLE

Lo sapevate che se state seguendo una terapia antibiotica è meglio non esporsi troppo al sole?

Ebbene sì!
Mare o non mare, se state seguendo un terapia antibiotica, sia per via orale ( pastiglie ecc… ) che topica ( pomate ecc… ), è meglio evitare di prendere il sole, infatti per alcuni antibiotici avviene il fenomeno della fotosensibilizzazione o fotoallergia.

Esistono diverse famiglie di antibiotici, che si differenziano per il principio attivo che contengono, in particolare la reazione alla luce solare è tipica dei sulfamidici, i chinolici e le cicline come amoxicillina.
Infatti alcuni principi attivi contenuti all’interno di questi farmaci portano alla comparsa di una reazione simil allergica.

Ovvero a contatto con la luce del sole i principi attivi degli antibiotici reagiscono a livello della pelle portando alla formazione di macchie rosse, pigmenti, o nei casi più gravi bolle.
In questo caso si parla di fotosensibilizzazione e la pelle interessata è unicamente quella esposta in modo diretto ai raggi solari.

Nel caso della fotoallergia invece è interessata tutta la pelle, anche quella parte non esposta direttamente ai raggi solari, il farmaco in questo caso non interagisce con la cute, ma con il nostro sistema immunitario, creando una reazione simile all’orticaria, con prurito e con rossore.

Queste conseguenze regrediscono in modo spontaneo una volta interrotto l’uso del farmaco, attenzione però perchè questo vuol dire interrompere una terapia già in atto, che così non avrà benefici ed efficacia. Se proprio non si resiste alla tinterella, consigliamo quindi di rivolgersi al proprio medico di base per prendere ogni precauzione in merito e di leggere attentamente il foglietto illustrativo del farmaco, utilizzare una crema solare ad alta protezione ed evitare solarium e lampade, infatti gli effetti della luce artificiale sono peggiori di quella solare.

LE 5 ERBE PER LA SALUTE DEI DENTI

Per mantenere la salute della bocca non c’è niente di meglio di filo, spazzolino e dentifricio che ci aiutano a eliminare la placca batterica.
Ma un valido aiuto può esser dato anche dalle erbe come salvia, ratania, camomilla, echinacea e mirra.

SALVIA: Il termine salvia deriva dal latino salvus, che significa sano, salvo. La salvia officinalis era già usata in tempi antichissimi per le sue molteplici proprietà. E’utile nei casi di infiammazione gengivale, aiuta a sfiammare le gengive e a fermarne il sanguinamento. E’ molto utile anche nei casi di alitosi, basta far bollire 50 gr. di foglie di salvia in 1 litro di acqua e, dopo averla filtrata, si consiglia di fare sciacqui 2-3 volte al giorno.
RATANIA: Arriva dal sud Africa, e già gli Indios la usavano per mantenere la salute della bocca. I suoi poteri sono contenuti nella radice che aiuta a mantenere sane le gengive e previene la formazione delle carie. In alcuni paesi la radice viene utilizzata direttamente al posto dello spazzolino. Oggi in commercio si possono trovare dentifrici e collutori che sfruttano le sue proprietà.
CAMOMILLA: Ha un effetto lenitivo e decongestionante. Si consiglia di fare un infuso con un cucchiaino di camomilla in una tazza di acqua bollente, dopo 5 minuti filtrate la soluzione e, con la restante parte, fate degli sciacqui 2-3 volte al giorno.
ECHINACEA: Dalla radice dell’echinacea, già gli indiani d’America, ne ricavavano un collutorio con effetti benefici per il cavo orale, e non solo. L’echinacea potenzia il sistema immunitario, stimolandolo nella formazione di globuli bianchi, per questa sua capacità è considerata uno dei migliori antibiotici naturali. Ha inoltre, un effetto lenitivo. Prendete la tintura madre di echinacea e versatene qualche goccia in un bicchiere d’acqua, con questa soluzione fate degli sciacqui 2 volte al giorno.
MIRRA: La mirra ha un effetto antisettico, astringente e combatte l’alitosi. Veniva già usata in tempi antichissimi, anche dagli stessi Egizi durante le imbalsamazioni. In un bicchiere di acqua tiepida mettere 5 gocce di mirra e fare sciacqui 2 volte al giorno. Ancora oggi, in Israele, si usa mettere direttamente la mirra in polvere sullo spazzolino da denti.

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